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venerdì 12 luglio 2013

Di fanfiction, grammatiche stuprate e fantasia latitante: quando lo stupro diventa mainstream.

Ho sempre pensato che esistessero cose sulle quali non avrei mai scritto alcunché. Non solo perché non mi ritengo brava a scrivere, quanto piuttosto perché esistono dei temi talmente delicati e sensibili da dover essere trattati esclusivamente dopo delle ricerche accurate, con una preparazione e un'accortezza che, per come la vedo io, non sarebbero mai sufficienti. Avrei terribilmente paura di urtare qualcuno, di ferire con le mie parole che, per quanto pensate e sentite dal profondo, potrebbero essere troppo crude per chi ha vissuto sulla propria pelle, con le proprie lacrime e le proprie angosce quotidiane un dramma che non può essere spiegato a parole. Preferisco scrivere di cose più futili, se vogliamo, trattare qualcosa di più leggero come le questioni del cuore e l'assurdità delle relazioni familiari, qualcosa che conosco, che vivo tutti i giorni e di cui posso dirmi testimone. Per questo fisso quella dannata pagina di Efp da un'ora, coi capelli ancora bagnati dallo shampoo e l'incapacità di dirvi quello che mi sta riempiendo la testa. Quel che non va in questa fyccina è ormai una delle cose random che vi si piazzano pur di ottenere popolarità sul sito e una marea di recensioni come piovesse. Sto parlando dello stupro, una di quelle atrocità che ancora non mi riesco a spiegare e che è così mainstream tra le psichelle che credono sia un qualcosa da provare, perché, sia mai che ti violenta un tipo figo, oh. Volete mettere, piuttosto che un cesso a pedali, ceh.
Ho il disgusto.
Perciò ho deciso che vi riassumerò brevemente i capitoli che ho letto, giusto per informarvi che la nostra, oltre ad aver sodomizzato una grammatica e violentato le più comuni e basilari regole dell'italiano standard, mi ha provocato il voltastomaco e quasi mi è passata la fame.
C'è Hayley (che odio già perché si chiama come una delle mie protagoniste di ere geologiche fa) che, non avendo dindini, si trova costretta, durante una crociera (ma se non ha i soldi, diobono, che crociera fa?!), per andare dalla nonna (che fin dai tempi di Cappuccetto Rosso porta sfiga andare a trovare), a dover dormire nelle cabine maschili perché, gente, quelle femminili erano finite. Mah, ho i miei dubbi che si facciano crociere economiche per i poveretti della città e si usino come traghetti, ma sorvoliamo. Così come non commentiamo il fatto che questa squinzia debba dormire con un maschio: praticamente il sogno di ogni adolescema, soprattutto se ciò implica avere in cabina Justin a cui ti presenti come Trevor e che ci crede pure. Passa la prima notte ed Hayley, aka #TheGeniaccio, scopre che Justina ha una pistola (!) ed è un ragazzaccio (!!)... in crociera. Mh, ok, ci stiamo credendo, continuiamo. Allo stesso modo crediamo a una scena che ha dell'assurdo: lei, finalmente sciolti i capelli e tirate fuori le tette dalla fascia con cui si toglieva l'aria (magari era meglio la stringesse attorno al collo, just sayin'), esce dalla doccia e si sfracella, nuda come un verme, al suolo, facendo sì che Giustina The Saviour arrivi e, attenzione!, scopra che il pisy non c'è mai stato. Bam, il radar acchiappa-gnocca gli si illumina come le vetrine sotto Natale, scatta il cambio della guardia e l'alzabandiera a Buckingham Palace e si pensa subito a quagliare. Non prima però di aver minacciato #TheGeniaccio con delle paroline che le fanno fare la pupu nel pannolino: “«non dirò a nessuno il tuo segreto, ma resterai chiusa qui e farai quello che ti dico io. Ho una pistola, non mi costa niente puntartela e farti fuori» disse prima di iniziare a baciarmi”. Giustamente, il gran segreto non può essere rivelato (e che sarà mai, dico io) e dunque... cosa fare? Per caso, sferrare un pedatone sugli zebedei di un tizio che in zerodue ti si avventa sul collo "per lasciare poi una scia umida di baci" e quindi scappare il più velocemente possibile lontano da quel bagno per poi denunciarlo? No! Ma vi pare? Non siamo mica nel mondo reale qui, dove essere minacciata non è esattamente l'aspirazione di ogni donna al mattino e pensare a una violenza sessuale non provoca alcuna emozione positiva, dai. Qui siamo a Fyccinalandia, dove il tuo stupratore è un essere da comprendere, di cui innamorarti e mascherare il tutto sbandierando che sei affetta da Sindrome di Stoccolma dopo due minuti [ciao, mitica, abbiamo contribuito a far eliminare "Slave": #SorryNotSorry. Divertitevi a leggere qui le motivazioni di Erika]. Ed ecco perché non mi sorprende che questa tarata non solo accetti, ma obbedisca come un cucciolo sperduto, così come non mi sorprende (ed è gravissimo) che ci sia gente che pensa che, durante uno stupro, si possa provare piacere. Sì, avete letto bene. Hayley prova piacere mentre viene stuprata analmente e crede pure di aver perso la verginità. Ora, visto che mi sta cogliendo un rigurgito talmente forte che potrei rimettere, preferisco lasciarvi leggere questo schifo e verificare da soli a quale punto siamo arrivati.

Mi bloccò al muro, ero intrappolata dalle sue possenti braccia ed eravamo faccia a faccia.
“Girati”mi ordinò.
“Cosa vuoi fare?” chiesi impaurita mentre lui mi girava faccia al muro tenendomi per i fianchi.
“L’hai mai fatto?” chiese.
“Dio Justin, ti prego, sono ancora vergine” supplicai.
Sentivo la sua risata anche se ero girata.
“Sarà ancora più bello allora” disse.
Iniziò ad abbassarmi i pantaloni, mentre il mio corpo era poggiato sul muro freddo.
"Justin..” gemetti.
“Shh, sarà bello,piccola” disse.
Volevo andarmene, sferrare un calcio e fuggire. Ma non  potevo, era impossibile. Vidi che aprì una bustina con i denti: preservativo.
“Sicuro che non farà male?”  chiesi.
“Te lo prometto, farò piano” disse.
Piano piano riuscì a farmi venire ed io non riuscivo a crederci che poco fa mi ero fatta inculare da un ragazzo che possedeva armi da fuoco. Era incredibile.
"Ti è piaciuto?” chiese Justin quella mattina appena aprii gli occhi.

Faccio, intanto, i miei complimenti per la finezza da scaricatore di porto alla bimba e, subito dopo, a rockmeliam per aver scritto una scena epica in quanto a idiozia e errori (sarebbe meglio dire orrori?).
Vi giuro che non ho parole. Io non so cosa cosa abbiano messo nel cervello della gente per poter anche solo lontanamente pensare che uno stupro possa essere in qualche modo giustificato o per credere che una ragazza, lì lì per essere violentata, domandi al suo aguzzino se le farà male. CAZZO, IDIOTA, CERTO CHE TI FARÀ MALE, NON SEI CONSENZIENTE! TI STA PER VIOLENTARE, CRETINA! Dio, come si fa ad essere così stupide? Come puoi pensare di scrivere che lei possa raggiungere l'orgasmo? Perché non sai, è chiaro, perciò mi domando: perché lo scrivi? Ho letto di donne che non ne hanno più avuto uno da quel momento, di ragazze che hanno affrontato un calvario in terapia per riacquistare coscienza del proprio corpo e imparare ad amarsi nuovamente e penso soltanto che sia qualcosa di inimmaginabile. Mi domando allora: perché devi sputare su tutte le donne che hanno subito una violenza del genere e offendere chi abbia un po' di senno e giustamente provi disgusto per queste barbarie? Una recensione ti cambierà la vita? Pensi davvero che essere stuprata sia sinonimo di far sesso, come sembri affermare giusto due righe più giù?
Scusate ma ho il voltastomaco.
Da donna, mi sento offesa e non capisco come qualcuno possa scrivere simili stronzate, per di più una ragazza. Non mi importa di quale età sia colei che scrive, non trovo scusanti attendibili da poter essere addotte. Sei piccola? Non ne parli, sei troppo immatura per poterlo fare. Se più grande? Studia, leggi, affoga nei libri, informati. FA QUALCOSA. Ma non pensare che quello che hai scritto sia normale e che le recensioni positive siano meritate. No, è sbagliata la storia, sono sbagliati i commenti entusiasti (c'è chi si dice emozionata, voglio farvelo sapere) ed è sbagliato postarla online, su un sito in cui tutti possono leggerla. A dire il vero, non avrebbe mai dovuto vedere la luce. Tutto quanto è sbagliato. Ivi compresa la grammatica.
Cara rockmeliam, mi dispiace, perché so quanto sia brutto ricevere opinioni negative, ma finirai dritta tra le segnalate di Efp. Mi sono altamente rotta di leggere cose del genere in un sito strafrequentato da ragazzine di ogni età. Qui perculiamo le fyccine scritte coi piedi, prive di una trama consistente e con personaggi con un'introspezione più fine di una carta velina ma al momento non ho voglia di ridere. Sono davvero disgustata.
Concludo questo post sconclusionato ringraziando @SondaBB per avermi illuminata sull'esistenza di questo schifo (e di tutte quelle che mi segnala) e mi congratulo nuovamente con la Chiù per aver superato il test d'ingresso ♥ Goditi il momento, Monday is coming!
Ora vado a dimenticare di aver letto questa cosa, mi attende Roma domattina e vorrei poterla non portare con me.
Qui il link sull'Efp.
Decidete voi che farne.

[edit 14/07/2013: l'autrice, che su Twitter si dice spaventata per la segnalazione all'amministrazione (manco fossero le SS), ha cancellato la storia. Non so voi, ma io sono contenta che sia sparita]

lunedì 24 giugno 2013

Di fanfiction, grammatiche stuprate e fantasia latitante: ovvero il rispetto? Cos'è, si mangia?

Quando, grazie alle tante segnalazioni all'amministrazione di Efp, quelle orrende “storie” ambientate nei campi di sterminio di cui vi ha abbiamo parlato qui e qui sono sparite dal sito, ho tirato un sospiro di sollievo. Sembrerà poco, lo so benissimo, ma ho fatto una promessa tanti anni fa e intendo mantenerla ad ogni costo; far sparire quei cosi che infangavano la memoria e, soprattutto, trapelavano una mancanza di rispetto che invece ritengo insindacabile e dovuto è stato, per me, un modo per onorarla. E non sapete quanta poca voglia abbia adesso di scrivere l'ennesimo post che gronda tristezza e rabbia. In realtà, non ne ho proprio, se devo essere sincera, ma lo reputo un dovere ed eccomi qui, a fissare lo schermo riempirsi di parole che mi affollano la testa e che non riesco a dire a voce alta, a domandarmi cosa prenda a quest'insensata generazione per essere così stupida e meschina, per trovare ancora il modo di descrivervi lo schifo che ho avuto leggendo questa robaccia.
Siamo nel 1943, “periodo della sanguinosa Seconda Guerra Mondiale. Questa vicenda si svolse in una cittadina nei pressi di Aushwitz”, e madre e figlia, rifugiatesi a casa di uno sconosciuto per sfuggire ad un controllo nazista porta a porta, vengono catturate e spedite a Auschwitz (perché è così che si scrive e anche Google lo sa). Ma, aspettate, vi ho detto che il soldato Niall si innamora a prima vista dell'ebrea Rosi? Bam, colpo di fulmine! Sarà stato per i suoi due occhi (ma va? Io pensavo ne avesse, che so, otto!) “nerissimi e lucenti come le ali di un corvo che lo fissavano intensamente leggendogli dentro”, secondo voi? Ad ogni modo, Rosi, non è servito sbattere gli occhioni da cerbiatta per salvarti, non ancora almeno. Eh, come sono insensibili questi nazisti, vero? Infatti, finisce allo stesso modo in un campo di sterminio, girato l'angolo di casa in pratica. In cui, udite udite, la nostra Rosi subisce due stupri e poi la lancia in faccia all'aitante biondino SS ma dal nome inglese che l'ama dopo un giorno o due, non so dirvi precisamente, ma mi capirete se non ho prestato particolare attenzione.
A questo punto, ho chiuso la pagina troppo schifata. In pratica, ho iniziato di malumore e ho finito per incazzarmi. Come si può pensare che una ragazzina di quindici anni subisca non uno, ma due stupri, da due uomini differenti, e la prima cosa che pensi, il giorno dopo, sia di far l'amore con la persona che ama? Tralasciando che ha conosciuto 'sto Niall un paio di giorni prima per cui anche parlare di amore per me è un'offesa verso tutti quelli che provano davvero un sentimento del genere e che di sicuro non si “accende” con due occhi e un sorriso, si può essere talmente stupidi? Mi rivolgo a voi perché io davvero ne ho le palle piene di chi, predicando rispetto giornalmente per i propri idoletti, porta avanti insensati melodrammi ambientati nel periodo che credo uno dei più delicati e difficili della storia umana e ci piazza dentro una caterva di tragedie a più non posso con la delicatezza di un elefante in una cristalleria al solo scopo di suscitare una pietà e commozione irreale, mossa soltanto dalla "presenza" di cinque cantantuncoli, e volta ad ottenere più recensioni positive possibili. Mi domando, a questo punto, se non vendereste anche vostra madre (sempre che non sia già morta per farvi avere più followers su Twitter) pur di ottenere quel briciolo di attenzione che vi sembra più necessaria dell'ossigeno.
Il vero problema è che non vi servirà a niente studiare di più storia a scuola per evitare queste oscenità, perché quel che vi manca è il cervello. Fosse per me, vi spedirei in blocco, di peso, una ad una, in un campo qualsiasi, a toccare con mano il peso della storia, a pestare la stessa terra di milioni di persone morte o mai più state le stesse che hanno varcato quei cancelli, a sentire gli occhi pungere e non poter piangere per rispetto.
RISPETTO.
Quello che voi neanche conoscete, figuriamoci se potete, anche solo lontanamente, provare.
Quel che vorrei è farvi provare per un attimo soltanto cosa sia stato quel periodo, cosa significasse vivere (se di vita possiamo parlare) in un lager e come sia assurdo pensare che una Rosi qualsiasi potesse aggirarsi per le sue stanze. Non siamo in un hotel, cazzo. Non siamo in una vacanza-premio in cui ti innamori dell'animatore turistico belloccio di turno. E non siamo, fortunatamente, più negli anni '40. Siamo di una ficcyna di merda, sgrammaticata, insensata e, cosa più grave di tutte le altre, irriguardosa verso tematiche delicate come è una violenza sessuale. No, mi spiace dovertelo dire, ma non avrai voglia di far l'amore il giorno successivo con l'uomo della tua vita. Né il giorno successivo. Né quello a venire. Probabilmente anche il solo essere sfiorata da un uomo ti farà raccapriccio. Ci vorrà del tempo, della terapia e tanto amore unito a una pazienza infinita. E forse mai lo supererai del tutto. Di sicuro non lo scorderai, purtroppo.
Lo so, gente, lo so. Sono una stracciamaroni assurda e quando tengo davvero alle cose lo divento più di quanto non lo sia normalmente. Penso mille volte a quello che scrivo e mi domando costantemente se quello che scrivo possa essere ritenuto offensivo per qualcuno, perché ho imparato che il tatto, nel trattare con gli altri, è la qualità essenziale e, sebbene sembri una stronza sputasentenze acida e fredda, ho un cuore e mai e poi mai mi sognerei di pubblicare cose indecenti come queste. Per cui, ragazzina cara, la prossima volta, accendi il cervello e, dopo un'accurata analisi su Wikipedia, domandati se sia il caso di scrivere puttanate come queste con una leggerezza e insensibilità che mi danno i brividi e il voltastomaco.
Questo, perdonatemi, dovevo proprio dirlo. Fanculo.

Qui il link sull'Efp.
Se la segnalate anche voi, se vi va, non ci rimaniamo male.
Anzi, magari l'amministrazione si muove più
velocemente se inondata di segnalazioni.

[edit: non ce n'è più bisogno. La nostra ha provveduto a cancellare la storia. Evidentemente le tante recensioni negative che le sono piombate addosso hanno avuto l'effetto desiderato. Grazie a tutti voi
edit #2: no, è stata Erika a eliminare la storia. Mi ha scritto e ve lo riporto: "Grazie della segnalazione, ho eliminato questa storia sia per il contenuto che per gli errori di italiano."
Di nuovo, è anche grazie a voi, lettori adorati!]

domenica 16 giugno 2013

Di fanfiction, grammatiche stuprate e fantasia latitante: quando speri che quelle quattro pareti crollino velocemente su se stesse.

Ci sono delle volte in cui le quattro pareti della mia stanza mi sembrano troppo piccole e mi inducono un malessere e una nausea che non riesco a spiegare né capire, ma da quando ho letto These four walls ho dovuto rivedere le mie idee e arrivare alla conclusione che di sicuro son meglio di quel lugubre scantinato barra tugurio nel quale è rinchiusa Quinn (ciao, Glee, ciaone proprio).
Se pensavate che Danger fosse la regina delle fyccine oscene sul biberon più seguito su Twitter (no, non sono fake profile, invidiosi!), temo che dovrete ricredervi, perché è arrivata MeriD96 (e dovrebbe spiegarmi come faccia a sedici anni a inventarsi pornazzi che Rocco Siffredi ma chi sei?), con la sua fyccina, dal rating rosso passione e sangue, 1733 recensioni al momento (sì, avete letto bene) e un tripudio di avvertimenti come contenuti forti, non-con (ovvero stupro), violenza, dark, drammatico e triste. E manco uno sticazzi, dico io.
La scena si apre con la bimba più scema ever dopo Kelsey e Bo che si risveglia e scopre tragicamente di non essere nel suo lettino a far cosacce coi cartonati dei suoi idoli ma d'esser stata rapita da dei tizi squinternati che le fanno bere della robaccia, le tagliano le braccia, la prendono a cazzotti e rivelano al capo, aka #IlRagazzoConGliOcchiColorMiele, che è “B positivo”. Grida di giubilo, sorrisi gioviali e festeggiamenti tali che mancano solo le bandiere dell'Italia sotto al Colosseo o il trenino di Capodanno sulle note di Brigitte Bardot Bardot, Brigitte beijou beijou. Ma, un attimo, dove siamo finiti, alla sagra del vampiro di Forks? Edward Cullen, ci sei anche tu? No, lui non c'è e forse sarebbe stato meglio. 
Ovviamente, Quinn non capisce cosa succeda (l'intelligenza è sempre una qualità essenziale delle protagoniste fycciniane) e ad una ragazza domanda, nel pieno della suspense narrativa, "Tu non mi vuoi aiyaer?" Ora, oltre a voler ballare su A-E-I-O-U-Y, se ti ha rapita, cosa ti fa pensare che voglia darti una mano? Se questo non bastasse, per confermarci ancora di essere la mente più veloce di New York, Quinn ci descrive l'ambiente in cui si trova: "C'erano tantissime boccette, e materiali per esperimenti chimici, sembrava una farmacia. Ma di certo i farmacisti non erano così tanto scontrosi". Ah, tu non hai mai visto la mia farmacista, cara e, osservazione banalotta, sappi che il tuo spacciatore non è un farmacista.


Ma vogliamo parlare della scena in cui compare il boss con gli occhi miele (continuo a pensare a Winnie Pooh)? Purtroppo non è quello delle torte, ma quello degli omogeneizzati; spero vi vada bene lo stesso e sappiate accontentarvi. A quanto pare, da quelle parti si collezionano pischelle, e, se proprio ha bisogno di adolesceme ed è ridotto così male da esserne ghiotto, io saprei raccomandargliene parecchie di cui faremmo a meno. Evidentemente ha fame, perché gli amichetti se ne escono con un "avevi ordinato una ragazza", eccoti servito. Dovrò ricordarmi di chiedere ai suoi scagnozzi col pannolino di portarmi una pizza mascarpone e speck per le otto e mezzo, già che ci sono, e, se non sbaglio, una salame piccante e olive per @CoerenzaBat. Tanto paga Juss. Al quale, Quinn, rapita e malmenata brutalmente da più persone, compreso Mister Honey, pensa continuamente mentre due le aprono un braccio con un coltello ("lui andò ancora più affondo, piano piano sentivo sempre di più il polso bruciarmi e colorarsi di rosso" <-- Art Attack!), finendo con il rimuginare sulla sua vita perfetta fino a quel giorno. Della serie "Se quel giorno non fossi andata in palestra non mi sarei trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato": oh, vedete perché mi tengo alla larga da quei luoghi macabri? Non sia mai che un superpalestrato decida di catturarmi e portarmi da Bieber. Allora lì sì che sarebbero cazzi amari. Altro che quel tizio con la cresta (tenetevi sempre lontano dai punk, fidatevi) che le infila la lingua giù per la gola e la vuol violentare. 

Sorrise posò le sue labbra sulle mie. Io lo scansai e corsi dall’altra parte della stanza ma lui ovviamente mi raggiunse senza problemi e ricominciò a baciari con foga, poi si sfilò la maglietta nera e rimase a petto nudo schiacciato contro di me.
-Hai un ragazzo? Chiese sul più bello tappandomi la bocca.

Sorvolando sugli orrori linguistici che fingerò di non aver visto mai, avete presente quel bellissimo momento nel quale state per essere stuprati e tutta l'atmosfera si rovina per una frase di troppo che viene detta? Ecco, io no. Credo che nessuno possa trovarci qualcosa di lontanamente carino e degno d'essere rimembrato nei secoli a venire, quanto piuttosto la vincano lo schifo che non si può cancellare e l'orrore col quale convivere perennemente. Ma Quinn evidentemente ha trovato l'ago nel pagliaio, il raggio di sole nel cielo coperto di nubi, del buono in un mare di cattiveria. Applausi a scena aperta.


No, ok, scherzavo: fatti curare da un bravo psichiatra, Quinn, e tu, MeriD96, perché posti boiate, figliola?
Da Efpiana, posso candidamente ammettere che ricevere recensioni sia bello. Frequento il sito da sei anni ormai, ho scritto (e cancellato) tante storie e, soprattutto, ci ho conosciuto persone incredibili (altre un po' meno, ma va bene così), che posso dir di reputare amiche, tra cui la Chiù che so che tutti amate, e so per certo quanto sapere il parere di un'altra persona su ciò che si è scritto serva. A migliorarsi, principalmente, per come la vedo io. A confrontarsi, su opinioni e punti di vista differenti. A condividere delle passioni, come può essere il fangirl estremo su Orlando Bloom (considerate questa frase un coming-out, gente) col quale ho beccato le mie pazze del cuore. Ma non ho mai pensato che ricevere tre recensioni piuttosto che ventisette fosse brutto. Certo, alle volte trovare mille letture e una recensione può sembrare un po' rude, a prima vista, ma preferisco concentrare l'attenzione su quell'unica persona che ha sentito la necessità di scrivere qualcosa piuttosto che rosicare per le 999 che non l'hanno fatto. Allo stesso modo, per me scrivere era ed è un bisogno, un modo per sfogare quello che la voce si rifiuta di pronunciare, per esorcizzare paure e delusioni, per dar libero sfogo un po' a quello che mi passa per la mente, fondamentalmente. Per questo, capirete quanto mi irriti i nervi vedere bimbette che, infischiandosene delle basilari regole di grammatica, scrivono di stupri e assassini come fossero il loro pane quotidiano e usano temi delicati in maniera bislacca pur di ottenere una recensione in più. A ciò dobbiamo aggiungere che la solerte nostra autrice (che mi perdonino, se possono, tutti i veri autori per l'improprio uso del termine) concluda ogni bruttissimo capitolo con una bellissima minaccia che suona più o meno così: “se non ottengo X recensioni, non aggiorno la storia”. E le pecore accorrono, omologate alla massa e vogliose della fatidica scena di stupro (di branco?) sulla quale sbavare come se fosse assolutamente normale.
Mi altero non poco con queste storielle, ultimamente. L'avrete notato. Ma, e chiedo scusa, una cosa voglio aggiungerla: Oh, Dea delle fyccine macabre-erotiche, calati meno acidi e scendi dall'Olimpo in cui ti sei stanziata abusivamente. [Non vorrei dirtelo, ma tant'è: è contro il meraviglioso regolamento di Efp e io t'ho segnalata.]
Dove diamine è finito lo “scrivo per me, non importa quante recensioni riceverò” che io ho stampato in mente? Davvero per queste stare in cima alla lista delle più seguite e/o preferite è così fondamentale? Dio, che vite vane.

Questa è These four walls, gente, e io spero proprio che quelle quattro pareti li ricoprano tutti quanti. 
Amen.
Qui il link sull'Efp (cap. 1-2).

Ps: come mi è stato insegnato oggi, non continuo questa meravigliosa storia se non arriviamo a 5 commenti, bimbi belli. Vedete di salvarmi e fermarvi prima, quindi. Niente scherzi!

giovedì 6 giugno 2013

Dovevo proprio dirlo: quando partecipi ad un concorso e loro ti fanno cancellare la storia dall'EFP.


Sono una persona che ha grandissimo rispetto delle regole, nella vita reale così come nel web.
Non parcheggio in divieto, non imbroglio, non ho mai copiato ad un esame (bugia, allo scritto di Diritto Privato ho copiato ma voi davvero non avete idea di cosa fosse quel professore, e comunque è stata la prima e unica volta di tutta la mia carriera scolastica e accademica). Fatta eccezione per una fase estremamente ribelle alla scuola materna, nella quale esprimevo dissenso mordendo il naso ai miei oppositori, sono sempre stata estremamente pacata e rispettosa di tutto e tutti, e posso vantare di essere onesta al limite della stupidità palese. Purtroppo le disgrazie non vengono mai da sole, e tra i miei innumerevoli difetti è presente all'appello anche l'incapacità di stare zitta e indifferente quando qualcosa che per me è sacro - come le regole, per l'appunto - mi si ritorce contro di punto in bianco.
I lettori (ciao spapuzzini di casa <3) di questo blog a questo punto l'hanno più che capito che le cose, io, devo proprio dirle - e se non l'hanno capito forse è il caso si facciano un due domandine -, quindi senza perderci in un bicchiere di lacrime da directioner in preda ad un umido deliquio arriviamo al sodo: ho partecipato ad un concorso indetto sul forum dell'EFP. Zan zan zan zan! Non sarai mica così sfigata da partecipare con quella figata atomica (...) che è Glitter solo per ricevere complimenti e magari un riconoscimento, direte voi. Ebbene si. A me le recensioni piacciono e non ho paura di dirlo. Altrimenti terrei tutta la mia opinabile produzione con aspirazioni letterarie ma molto spesso imbarazzante (per gli amici PCALMMSI) chiusa nel mio pc, senza preoccuparmi di pubblicarla su uno dei maggiori siti di scrittura amatoriale in Italia e di spammarla sul mio account twitter o sulla pagina fb che mi sono autodedicata in un momento di feroce megalomania mediatica. Vedete? L'ho rifatto pure ora. Perché ricevere considerazione piace a tutti, tranne forse alla Cee che è una delle persone più modeste abbia mai avuto il piacere e l'onore di conoscere, e non stiamo qui a smacchiare giaguari (cit.), se siamo sull'EFP è perché bene o male abbiamo interesse a sapere cosa le persone, gli ignari lettori sparsi ai troppi cantoni d'Italia, pensano di quello che abbiamo la pretesa di volere (e sapere) raccontare.

giovedì 23 maggio 2013

Di fanfiction, grammatiche stuprate e fantasia latitante: quando uno #staystrong non basterà.

Se vi è mai capitato di parlare con una lovatic (ovvero le fan di SuperDemi), sicuramente avrete notato quanto queste ragazzine abbiano a cuore temi importanti e delicati, quali bulimia, anoressia, bullismo e autolesionismo (chi più ne ha, più ne metta), e siano rispettose di ogni altro essere umano, perché così la somma Demi predica in ogni intervista e canta in ogni suo album strapassato alla radio.
Quindi capirete come la vicenda di Annie mi abbia colpita e ferita allo stesso tempo. La nostra, abbandonata dal padre in fasce e con una madre che “non se ne importa minimamente della propria figlia”, ha come unico amico un diario segreto sul quale giornalmente scrive gli insulti che i coetanei le urlano addosso: “sei grassa”, “cicciona”, “sei una balena, tornatene da dove sei venuta”. Una sera, dopo il primo giorno nella nuova scuola, in lacrime e sotto la doccia, Annie afferra la lametta della madre e si taglia per la prima volta pur di non sentire più le risate e i brutti commenti dei compagni sul suo peso.

Era una liberazione vedere il sangue scorrere, e stetti piu' di una di una settimana senza mangiare solo per essere accettata. E ogni giorno cercavo un posto vuoto del mio polso per creare quella sensazione di liberamento.

Bam! Nel capitolo dopo è diventata anoressica ed è finita in ospedale. Ma qualche riga più sotto è guarita (magicamente) in poco tempo e tenta il suicidio. Demi, la leggi? 
Lungi da me il voler fare del facile sarcasmo su delle vere e proprie malattie come queste, ma, francamente, mi sono rotta le ovaie (perché le palle non ce l'ho) di vedere ragazzine piagnucolone che, per un bisticcio con la mamma o una vita sociale non esattamente come vorrebbero, sclerano e si lamentano di quanto siano alone in the world, si vantano di tagliarsi e dicono di essere anoressiche o bulimiche per un pasto saltato o un'abbuffata da lotro (in fiorentino “sfondato”). Proprio perché non mi va di scherzarci, non sopporto i loro costanti e offensivi tweet. Il caso più eclatante è quello della stupida – non è un'offesa, è la realtà – che per aumentare i followers annunciava al mondo la sua prossima operazione per sconfiggere il tetano contratto con una lametta arrugginita:


Si lagnano come piaghe e predicano il rispetto per chi soffre ma, visto che la coerenza è una di quelle poche cose buone che ho, pretendo dagli altri la stessa cosa e non sopporto la mancanza perenne che dimostrano di avere nei confronti di chi soffre seriamente in silenzio e non passa le giornate a inventarsi tumori pur di avere un po' di quell'attenzione che certamente non ha nella vita off-Twitter e social vari. 
Ecco perché oggi, dopo questa prima fyccina ridicola e scritta col culo (avrei potuto dire “coi piedi”, ma quest'ultimi si sono offesi per essere paragonati a ciò), faremo un tuffo veloce nello strabiliante fandom di Demi Lovato che, avrà anche sofferto di tutto ciò che dicono le sue fan (e per esserne uscita non merita che un applauso), ma ho come l'impressione che continui a cavalcare l'onda del facile guadagno sfruttando le tragedie pur di vendere qualche copia in più. 
Purtroppo, su Efp le sue lovatics scarseggiano come acqua nel deserto, ma non temete. Ne ho trovate alcune che colpiranno i vostri sensi, stordendovi.
In una la protagonista comincia a narrarci le sue tristi vicende in questo modo: “Non era una lametta era un pezzo di attaccapanni rotto” quello che usava per tagliarsi (e qui è doveroso citare @seguoilvento che, giustamente, chiede “Giovanni Muciaccia, sei tu?"); ebbene, un anno prima era caduta in depressione, è vittima di bullismo da sempre e diventa anoressica perché si vede grassa e un giorno riempie il lavandino di acqua, ci ficca la testa dentro e tenta il suicidio. E ve lo copio pari pari perché, davvero, non so se ridere per l'assurdità della narrazione e della scena in sé o piangere per la spettacolarizzazione che si vuol fare di disturbi seri che vengono presi sottogamba da queste bimbette in cerca di un minuto di agognata popolarità.

Riempii il lavandino chiudendo il buco che fa scendere l'acqua e ci immersi la testa,rstai li per un pò a mollo nell acqua gelida poi alzai il capo con il fiato che sobbalzava ad ogni tentativo di respiro,le lacrime cadevano sulle mie guance riscaldandole un  pò,avevo tentato il suicidio.

Nel sottolineare che quegli stupri linguistici sono tutti della nostra signorinella, lascio a voi i commenti perché, come si dice dalle mie parti, unn'ho, gente. Quel che è sicuro è che questo tentativo potrebbe finire nel manuale di prossima pubblicazione Hot to commit suicide: common mistakes you can avoid to succeed.
Comunque, qui entra in scena lei, Demi Lovato, la Madre Teresa di Calcutta dei giorni nostri, la dottoressa dei mali dell'anima, colei che salva coloro per i quali la medicina niente può. Oh, piccola parentesi: state studiando Medicina, Chimica e simili, lettori, oppure avete intenzione di intraprendere queste carriere per aiutare il prossimo? Volete diventare carabinieri, poliziotti o vigili del fuoco per spegnere incendi e salvare gattini in pericolo sugli alberi? Vi do un consiglio: date fuoco ai libri, seppellite le vostre false speranze e formate una band al grido di “canta per le bimbe, salva il mondo!” Solo così aiuterete il prossimo. Fine parentesi.
Della terza vi riassumo velocemente le fasi perché ha dell'incredibile. Ellis è sola, si taglia, digiuna da un po'; i suoi non la capiscono, i compagni la bullizzano e l'unica forza che ha è quella che le trasmettono i suoi idoli. Vi ricorda qualcosa? Ma per fortuna arriva un'amica, tale Alis (l'omofonia ci aiuta a definirle due facce di una stessa medaglia ridicola e malmessa), che è sola, si taglia, digiuna da un po'; i suoi non la capiscono, i compagni la bullizzano e l'unica forza che ha è quella che le trasmettono i suoi idoli. [Il copia-incolla mi ha aiutato] Le due diventano in un giorno BFF. Ma accade la tragedia. Alis si taglia, finisce in ospedale, è in coma. Mentre tutti disperano, dal nulla, sbucano Demi e Justin che, come angeli custodi e salvatori d'anime dannate, con la sola presenza, la fanno risvegliare. E tutti vissero felici e contenti.
Almeno, loro di sicuro, non io che ho letto e continuo a sprofondare nel marasma di queste fyccine che non hanno né capo né coda. Mi verrebbe voglia di prendervi in massa e portarvi negli ospedali, farvi vedere com'è che si riduce una ragazzina anoressica, farvi sentire la consistenza di quei corpicini ridotti alle ossa, farvi vedere com'è che vengono nutrite forzatamente pur di tenerle in vita, per giorni, settimane, mesi, se non anni a venire. Non si guarisce in un giorno, razza di stupide, né un cantante vi aiuterà ad uscirne perché, per quanto possa far star bene la musica del proprio cantante preferito (e non chiamatelo idolo, sant'Iddio), quel mostro che vi cova nel petto non scompare alle prime note, sta lì e dovete imparare a conviverci, finché pian piano la sua voce si attenuerà e non l'ascolterete più ripetervi che non siete all'altezza, che tanto non sarete mai abbastanza, che è meglio sparire lentamente. Vorrei portarvi a conoscere chi davvero tenta il suicidio, perché disperato da una vita che non riesce a vivere pienamente, per delle paure più grandi di lui, per dei dolori che sembrano insopportabili. Vorrei farvi provare come si sente una donna violata, stuprata non solo nel corpo ma nell'anima, con la vergogna che diventa un vestito che non si riesce a togliere, col disprezzo di sé che l'accompagna giornalmente, cercando una ragione che non dipende da lei. Vorrei lasciarvi ascoltare chi giornalmente fa delle chemioterapie, perde i capelli ma non la forza di andare avanti, si alza e affronta le cure, in silenzio, con quella dignità che solo chi soffre sul serio ha. Vorrei portarvi nei reparti oncologici per sapere se poi, davvero, dopo aver visto bambini, donne e uomini di ogni età, attaccati a flebo e consci di una speranza che fievolmente se ne va, continuereste ancora a fingervi malate terminali in cerca di qualcuno che vi dica "sei forte, ce la farai, Justin è con te".
Potrei parlarvi di Elisa, quell'amica che ho visto, nel giro di tre mesi, perdere trenta chili per un'ossessione che è diventata malattia, che ha dovuto abbandonare la ginnastica che l'aveva portata a grandi livelli, che per sei anni ha visto giornalmente una psicologa, che deve girare col misuratore di glicemia (perché la perdita di peso le ha portato in regalo il diabete) e la vedevo controllare i livelli ogni tre ore su delle dita scheletriche, che mangiava gelati dopo ogni pasto per prendere più peso, che, per una dieta fatta da un'incompetente senza laurea, ancora paga le conseguenze, che ha allontanato tutte le amiche che cercavano di farle capire quanto tutto quello fosse sbagliato. Ma poi vorrei dirvi che rivederla qualche tempo fa è stato bellissimo, che quel sorriso genuino sul suo volto finalmente tornato ad un peso stabilizzato è stato un colpo al cuore, che trovarla finalmente in pace con se stessa è stato un momento straordinario. Potrei poi raccontarvi di come ho passato da sola il mio diciassettesimo compleanno, perché mamma aveva la sua prima chemioterapia, e di come dall'ultimo ciclo di radioterapie abbia il terrore di dover riaffrontare tutto quanto un'altra volta ma... A voi non fregherebbe un cazzo e a me, di parlar con chi finge una malattia e dichiara di essere bipolare solo perché lunatica, non interessa. Una cosa però vorrei dirvela: mi fate schifo. Vi auguro che non dobbiate mai avere a che fare con qualcosa del genere perché, allora, davvero, non vi basterà la musica e l'ultima cosa a cui penserete sarà sfogarvi su un social-network. Vi circonderete degli affetti veri, caldi, e non sarà certo l'essere in cima alle tendenze di Twitter con uno #staystrong che vi guarirà.

Uno, due, tre sull'Efp.

Ps: predicare bene e razzolare male: you're doing it right. Complimenti vivissimi.

martedì 14 maggio 2013

Cronache acide di una lettrice (decisamente) incazzata: il 1945 è l'anno più trendy della seconda guerra mondiale.

“Zydzi sa rasa, ktora musi ulec kompletnemu zniszczeniu”
(Gli ebrei sono una razza che deve essere totalmente sterminata)
Hans Frank, governatore generale nella Polonia nazista occupata - 1944
“Musimy uwolnic niemcki narod od polakorw, rosjan, zydow i cyganow" 
(Dobbiamo liberare la nazione tedesca dai polacchi, i russi, gli ebrei e i nomadi) 
Otto thierack, ministro della Giustizia del Terzo Reich
Queste sono due frasi che ho letto ad Auschwitz, su due pannelli neri alti quanto la stanza dove erano contenuti, accanto ad una parete sulla quale c’era una mappa dell’Europa con segnate sopra tutte le principali città che inviano ebrei e prigionieri al campo.
Oslo, Narwa, Wiliandi, Ryga, Krolewiec, Kowno, Augustow, Grodno, Witbsk, Hamburg, Bremen, Haga, Szczecin, Wolkowysk, Mink, Bialystok, Ciechanow, Bydgoszcz, Inowroclaw, Poznan, Berlin, Westerbork, Apeldoorn, Hertogenbosch, Vught, Melchen, Bruxelles, Essen, Bochum, Drancy, Saarbrucken, Koblenz, Bobigny, Paris, Pithiviers, Karlsruhe, Praha, Dresden, Magdeburg, Terezin, Katowice, Wroclaw, Opole, Lodz, Radom, Lublin, Zamosc, Tarnow, Krakow, Lwow, Broyslav, Sered, Brno, Cadca, Augsburg, Munchen, Wien, Graz, Budapest, Clui-Napoca, Bucuresti, Klagenfurt, Lyon, Bolzano, Verona, Trieste, Fossoli di Carpi, Belgrad, Roma, Salonicco, Korfù, Atene e Rodi.
Settantaquattro città, molte delle quali non sapevo nemmeno esistessero.
Da questi punti partivano più o meno regolarmente convogli carichi di persone che arrivavano ad Auschwitz e, successivamente, a tre km di distanza, nel complesso di Birkenau.
Non appena un convoglio arrivava al campo, avveniva la “selezione”, una mera formalità che però decideva chi era abile al lavoro e chi invece doveva andare direttamente alle camere a gas. Normalmente, solo il 25% dei deportati aveva la possibilità di passarla. Non venivano fatte distinzioni tra uomini, donne e bambini, a tutti quanti toccava la stessa identica sorte qual’ora passassero la selezione: venivano marchiati, registrati e fotografati prima e dopo la rasatura.
E poi…
E poi la storia ci ha raccontato in modi diversi quello che accadeva ai detenuti: erano costretti a lavorare fino alle stremo per numerose ditte tedesche, tra cui la I.G. Farben –produttrice del Zyclon B, il pesticida che veniva utilizzato nelle camere a gas-, la Metal Union e la Siemens.
I più fortunati, arrivavano a sopravvivere per due, tre mesi al massimo, gli altri morivano dopo tre settimane, un mese, a causa degli stenti, dei maltrattamenti, delle condizioni del campo, delle epidemie e degli abusi delle SS.
Ma tentare di scrivere l’orrore che è avvenuto in quei posti è una cosa che va al di là delle mie reali capacità, nemmeno in una vita intera potrei esprimere la tragedia, il senso di disgusto, la crudeltà che si respirano tra quelle mura.
Dire che sono rimasta scioccata, dalla visita ai due campi, è poco. Come ho messo piede nella prima baracca di Auschwitz, che a prima vista può sembrare un normalissimo villino a due piani costruito con mattoni rossi, ho iniziato a sentirmi incredibilmente fuori luogo. Man mano che passavo per quei corridoi, man mano che entravo nelle stanze e cercavo di capire cosa ci fosse scritto nelle didascalie sotto le foto con il mio inglese non proprio perfetto, mi si formava un nodo in gola che non mi ha più lasciata per il resto della giornata.
Ero intontita, l’aria stessa che respiravo sembrava diversa, come se fosse satura dei fantasmi delle persone uccise. Stentavo a credere a quello che vedevo.
Sono passata davanti a pareti ricoperte da interminabili elenchi di nomi nella baracca che è ospita il memoriale olandese, ho guardato fotografie con le facce terrorizzate di bambini che avranno avuto al massimo tre anni, bambini con occhi che avrebbero dovuto essere felici, pieni di gioia e voglia di vivere, e che invece erano pieni di paura. Bambini sottoposti a esperimenti medici, ridotti a vegetali, uccisi dalle dosi di veleno che iniettavano loro in corpo.
Ho visto ingrandimenti di fotografie di donne che pesavano a malapena trentacinque kg.
Foto che testimoniavano esperimenti di ipotermia: uomini nudi e denutriti che venivano lasciati all’aria aperta, d’inverno, immersi in vasche piene di ghiaccio per vedere quanto a lungo resistevano prima di morire.
Sono passata attraverso stanze piene di ciocche di capelli ammucchiate fino a raggiungere il soffitto, ciocche di capelli che appartenevano a donne uccise nelle camere a gas.
Stanze piene di occhiali rotti.
Stanze piene di valigie, tutte con un nome e un cognome e un indirizzo scritto sopra.
Stanze piene di stampelle, busti, protesi per gambe.
Stanze piene di scarpe di bambini.
C’erano baracche intere con le pareti tappezzate di fotografie di deportati con scritta sotto la data di nascita, la data di arrivo al campo e la data di morte.
Ho imparato che in media, un uomo arrivato nel ’43 ad Auschwitz sopravviveva per un mese, un mese e mezzo al massimo.
Una donna, arrivata nello stesso periodo, non andava oltre le due settimane.
Ho visto che i capelli delle donne uccise venivano riutilizzati per tessere tessuti.
Per non parlare delle celle punitive.
Celle costruite apposta per lasciar morire di fame chi vi stava dentro.
Celle costruite per far morire soffocate le decine di persone che ci venivano rinchiuse.
Celle larghe novanta cm per novanta, altre due metri, dove rinchiudevano quattro persone alla volta, persone che non erano destinate a marcire lì dentro, no: ci passavano la notte, senza mangiare, in piedi, al buio, schiacciati gli uni contro gli altri, per poi andare a lavorare il giorno dopo. Così avanti, ogni giorno, fino a quando non morivano.
E potrei andare avanti per ore, ad elencare quello che ho visto lì dentro.
Quando ero al liceo, sono stata vice-redattrice del giornalino scolastico, il 5+ (che tra parentesi ha appena compiuto cinquant'anni di vita, tanti auguri <3). Questo qui sopra è una parte di un'articolo che ho scritto non ricordo se al principio della quarta o della quinta, di ritorno da un viaggio nell'Europa dell'est che mi ha portata, come potete facilmente intuire, anche in Polonia. Qui, su mia logorante e insistente richiesta, abbiamo visitato il complesso di campi noto al secolo come Auschwitz. Non c'è da stupirsi, per la media ero un'adolescente abbastanza atipica con il pallino della storia; che preferissi visitare un campo di concentramento piuttosto che andare per negozi a Cracovia non era un'anomalia così impensabile nel quadro generale della ragazzina che sono stata. 
Quello che, a ragione, vi chiederete voi è cosa centri tutto questo con il mirabolante mondo delle ficcyne che viene trattato in questo angolo di web. Vorrei dirvi che non centra nulla, che mi è preso lo svarione moralista e vagamente amarcord, che voglio sono pavoneggiarmi in allegria di quanto brava a scrivere fossi già nel lontano 2007/2008 (proprio non ricordo), che siccome il blog è mio e della Cee allora ci scriviamo quello che ci pare e piace senza dover render conto a nessuno, ma non è così. 
Come avete già avuto modo di leggere, la seconda guerra mondiale è un contesto storico che fa presa sui cuori delle Directioners al punto da spingerle a fantasticare su come sarebbe stato bello se Liam fosse stato una SS ad Auschwitz e si fosse innamorato di una bellissima prigioniera ebrea lì detenuta nel biennio del '44-'45. Raccapricciante, inopportuno e affatto rispettoso; un trionfo di falsi storici e ignoranza che Dio ce ne scampi scatenando un morbo letale e incurabile su questa generazione di capre che si ostinano ad intasare di stronzate un mondo che di stronzate ne è pieno. 
Quello che ancora non sapete, a meno che non abbiate di recente seguito le discussioni con @ihatedanni, @CoerenzaBat, @altemaree e @lanasdaughter, è che il 1945 è un anno ampiamente sfruttato da uno dei peggior fandom evah. Se aprite l'EFP e fate sapiente uso della funzione "cerca", inserendo come criterio "titolo" e digitando 1945, ai vostri occhi si spalanca un mondo di possibilità che sarebbe meglio, a conti fatti, non scoprire mai.
Erano passati ormai tre anni da quando Sophie lo aveva perso: aveva perso il suo migliore amico, il suo grande amore.
Harry Styles, un ragazzino di quindici anni appena compiuti quando lo portarono via da lei.
Ricorda ancora il suo profumo alla vaniglia, i suoi occhioni verdi che la facevano intenerire dopo una litigata e quei ricci ribelli.
Si ricorda ancora delle sere in cui lui si sedeva sul divano e lei si sdraiava poggiando la testa sulle sue gambe mentre giocava con una ciocca di capelli e lui le accarezzava il viso.
Erano così loro; si capivano con un semplice sguardo o un sorriso sul volto.
Ricorda ancora il giorno in cui capì di amarlo: aveva appena compiuto 13 anni e lui le baciò la guancia davanti a tutti facendola arrossire.
Al solito, quando si tratta di one-shot, l'autrice-directioner sente la necessità di introdurre i personaggi in due righette e sbrigare così il complesso reticolo di relazioni che li lega. CHIARAMENTE Harry Styles è un tipico nome ebreo. CHIARAMENTE la famiglia Styles viene nascosta dalla famiglia di Sophie nel momento in cui la persecuzione raggiunge il suo culmine. CHIARAMENTE quando arrivano le SS si prendono solo la famiglia Styles senza ripercussioni sulla famiglia di Sophie. Manco a dirlo Harry fa in tempo a sfiorare la mano della sua amata con una carazza come non fosse appena stato prelevato a forza dagli esponenti militari di un regime che ben ha fatto intendere cosa deve esserne della "razza" (tra virgolette perché mi sembra stupido parlare di razza a prescindere) ebraica. Mi chiedo però come facesse Sophie a sapere dove avessero deportato il suo amore con tanta certezza, Bergen-Belsen in fondo non era che uno dei troppi campi di concentramento situati nella zona controllata dal Reich e non c'erano criteri come la vicinanza geografica a determinare l'assegnazione a questo piuttosto che a quel sito. La gente spariva e basta, da un campo veniva spostata all'altro, altrimenti sarebbe stato poi facile per i superstiti rintracciare i propri cari o cercare di farlo. Evidentemente questi dettagli sono assolutamente marginali per la nostra autrice che non si preoccupa neppure di dare una qualsivoglia soluzione di continuità al suo scadente elaborato: dal 28 febbraio 1942, in tre righe, arriviamo ad un fantomatico futuro nel quale si sentono cadere le bombe e si sa che sono gli americani. Apparte che, signorinella bella, Bergen-Belsen l'hanno liberato gli inglesi, mi spieghi com'è che dopo anni di bombardamenti costanti e molto più che quotidiani al fine di prostrare letteralmente la nazione e il popolo tedesco una squinzia da quattro soldi riesce a distinguere solo dal suono delle bombe la liberazione? E come faceva suo padre a sapere cosa succedeva nel campo,"dove ebrei invecchiavano giorno dopo giorno, minuto dopo minuto, quando neppure nei paesini limitrofi ai campi più grandi le persone erano pienamente consapevoli del massacrato perpetrato? Non si andava in gita, in visita, come si fa oggi eh. Tanto più che dubito fortemente un collaboratore, simpatizzante degli ebrei, che ha nascosto una famiglia intera in casa sua godesse di tanta libertà di movimento. Ma manco per il cazzo, fija mia. Manco-per-il-cazzo. E lascia anche che ti dica che gli aerei americani non atterravano nel bel mezzo di città devastate dai bombardamenti. Non perché non avevano sbatti di farlo, ma perché mi spieghi come fa un aereo militare ad atterrare in piena città? E soprattutto Sophie, apparentemente tedesca, ti assicuro io che non biascicava una sola fottutissima parola di inglese e nella realtà si sarebbe ben guardata dal correre incontro al soldato NEMICO supplicandolo di portarla a Bergen-Belsen.
"La prego, ho bisogno di Lei." Il soldato udì la sua voce tremante e si addolcì.
"Che cosa Le serve?" domandò poggiando il fucile sul sedile posteriore dell'aereo.
"Ho bisogno di andare al campo di Bergen Belsen. Noi dobbiamo salvare quelle persone!" ma il ragazzo la guardò confuso senza capire.
"Signore, in quel campo ci sono degli ebrei! Devo salvare il ragazzo che amo!" e le lacrime si liberarono sul suo viso.
Il ragazzo si avvicinò a lei e la abbracciò dolcemente, ascoltando i singhiozzi di speranza che erano rivolti a lui.
"Forza, non c'è tempo da perdere." le sorrise prendendole la mano e correndo verso l'aereo militare.
Mannaggia a tutti quelli che non hanno mai pensato di fermare il primo americano passato per strada per chiedergli di essere portati in volo dai loro cari prigionieri! Cioè, gente proprio stupida no? Basta così poco a mobilitare una truppa dell'esercito americano che palesemente non ha nulla di meglio da fare che ascoltare i piagnistei incomprensibili, in lingua straniera, della prima passata per strada! Ah, fossero stati tutti come Sophie la storia avrebbe preso una piega ben differente, ve lo dico io. Poi vabbeh, i libri che mi hanno insegnato come i tedeschi si siano ben guardati dal rimanere nei campi man mano che il loro territorio veniva invaso, costringendo i prigionieri e i forni a marce forzate, portando mandrie umane nei boschi e fucilandoli lì a sangue freddo, hanno tutti torto. Perché è tedeschi sono rimasti. Non hanno fatto nulla per nascondere i loro orrori, anzi. Sono rimasti lì a farsi umiliare dai sorrisi dei prigionieri che gioiscono, e fanno festa. Persone che non avevano neanche la forza di trascinarsi in piedi, ma son tutti dettagli insignificanti, LA STORIA ESISTERE PER ESSERE INTERPRETATA E COSA IMPORTA CHE LA TUA STORIELLINA DEL CAZZO SIA UN INSULTO A TUTTE LE PERSONE CHE SONO MORTE A BERGEN-BELSEN? Che poi sei pure doppiamente capra, gli One Direction sono INGLESI. Non americani. Perché li hai fatti diventare americani? Se fossi stata fedele alla loro vera nazionalità almeno una cosa nella tua aberrazione narrativa sarebbe stata corretta. #Einvece.
Ma non finisce qui, non c'è davvero limite al peggio: Harry è ferito, una SS gli ha sparato alla gamba (macheccazz??), va trasportato d'urgenza in America, in elicottero (macheccazzzzz?????), perché in tutto il Reich non è rimasto un solo ospedale funzionante. Ora vorrei fare del facile sarcasmo dicendo che era uso in comune in Germania abbattere i propri soldati feriti proprio a causa della TOTALE assenza di strutture e personale ospedaliero ma sono cresciuta con l'idea che su certe cose non si debba scherzare neppure per sbaglio. Mi dispiace, niente battutine, solo un minuto di silenzio per la stupidità di questa aspirante scrittrice che ha ricevuto ben 25 recensioni (Glitter è ferma a 14, per amor di cronaca) insultando il periodo storico più buio e delicato della contemporanea dell'uomo solamente per aver utilizzato il nome "Harry Styles" un paio di volte. LAMMERDA. E tutti gli spazi dopo la punteggiatura li ho dovuti inserire io, per di più.
Non che ci vada molto meglio con il secondo fenomeno che l'EFP propone nella sezione One Direction: stesso titolo, ma protagonista l'italianissima Anna deportata a Mauthausen. Deportata su un camion che porta scritto sulla fiancata il nome del campo, dove viene rapata e tatuata.
- Quanti anni hai? Come ti chiami? - mi domandò
-Ho Diciassette anni e mi chiamo Anna Terracina - risposi. Mi girò intorno e scrutò attentamente il mio corpo. Ero una ragazza di corporatura esile, alta un metro e settanta centimetri e con il classico viso da asiatica.Avevo la pelle candida al contrario delle altre ragazze del mio popolo
- Tu andrai ai lavori terreni - disse scrivendo sul foglio di carta. Fece un cenno al ragazzo con i capelli ricci e quest'ultimo mi prese, con solita delicatezza, e mi condusse fuori.
- Dovrai rimanere qui almeno due o tre giorni, poi ti porterò via - mi disse, annuii - adesso vai in quel posto, li si terranno i lavori che ti verranno assegnati - continuò. Lo salutai con un cenno del capo e mi diressi dove mi aveva indicato. Arrivata, gli uomini mi squadrarono da capo a piedi, ricevendo dei sorrisi maliziosi che mi fecero paura.
- Mi hanno affidata ai lavori terreni - dissi seria in tedesco. In quel momento mi facevo paura per la mia freddezza e per il non essermi disperata ne spaventata.
- Oh, ma che bel corpo sprecato per i lavori terreni - mi disse uno di loro avvicinandomisi.
- Allora, prendi una zappa e comincia a zappare - disse uno di loro indicandomi un capannone dove vi erano gli attrezzi. Annuii e mi diressi verso il capanno. Giunta, presi un attrezzo ed andai a fare il mio dovere. Erano le 7:30 del mattino, lo dedussi dalla posizione del sole.
Perché la posizione del sole è chiaramente un'indicatore preciso e affidabile dell'ora, perché lei ha il classico viso da asiatica ed è nata in Toscana, perché le SS si salutano con un cenno del capo e lei ovviamente parla tedesco oltre ad essere un'ebrea appartenente ad una delle poche famiglie scampate alla stagione di deportazioni in Italia così a lungo. E io sono Miranda Kerr, ma quello che ancora non vi ho detto è che la spia britannica Harold, infiltrata nel campo, le ha promesso di portarla in salvo. Perché ovviamente l'ha vista e si è innamorato di lei, criterio efficacissimo nel decidere che lei è meritevole di salvezza mentre i trenta/quaranta bambini con cui divide la baracca no, meglio che si facciano le ossa per un altro po' e rimangano lì. Il giorno della fuga la nostra Anna ha la sfiga di imbattersi proprio nella guarda che l'ha squadrata da capo a piedi che la coglie in flagrante mentre aspetta il suo eroe.
- Dovrai avere una punizione per questo - disse girandomi intorno. Deglutii e misi ritta la schiena.
- Qu-quale pun-puniz-zione s-signore? - domandai terrorizzata.
- Concedimi il tuo corpo - disse accarezzandomi una guancia. Venni percorsa da brividi di paura.
- N-no - risposi acquistando un po' di coraggio
- Come osi rispondermi di no! - esclamò dandomi una sberla in pieno viso. Rimasi ferma al mio posto, senza parlare.
- Se non me lo concedi, lo prenderò con la mia forza - disse prendendomi di peso. Iniziai a terrorizzarmi davvero questa volta. Mi dimenavo, ma più lo facevo più lui stringeva la presa sui miei fianchi, facendomi male. Mi portò in una capanna ( sicuramente quella dove alloggiava lui ) e mi lanciò sul materasso.
- T-ti p-prego n-non fa-farmi d-del ma-male - singhiozzai impaurita.
- E perchè non dovrei usufruire del tuo bel corpo? - rispose malizioso mettendosi sopra di me
- T-ti prego - singhiozzai di nuovo. L'uomo non mi ascoltò ed incominciò a sbottonare la camicia del mio pigiama. Dopo aver finito con quella passò anche ai pantaloni, ed io rimasi completamente nuda, se non per le mutande che poi tolse.
- T-ti scon-scongiuro, n-non f-far-farmi n-ni-niente - lo pregai, ma invano. L'uomo mi aprì le gambe ed entrò in me con spinte molto veloci.
- Ti-ti preg-go bas-basta! M-mi f-fai male! - gemetti dal dolore.
- Zitta cagna ebrea - mi rispose mordendomi il collo. Quando venne, uscì da me.
- Ora vestiti - mi ordinò. Strisciai dolorante e grondante di sangue verso i miei vestiti, che poi indossai.
- Adesso vattene - mi disse. Annuii ed uscii. Chiusa la porta camminai piena di dolori verso la capanna dove dormivo.
Quando stavo per entrare nell'abitacolo una mano mi prese il polso. Mi girai impaurita di scatto e vidi una folta chioma di ricci.
- Eccomi - mi disse.
- Come facciamo? - gli domandai piangendo.
- Perchè piangi? - mi domandò asciugandomi le lacrime. Gli indicai la parte sotto del pigiama e sgranò gli occhi alla vista del sangue.
- Hanno usufruito del mio corpo - dissi vergognandomi.
- Non lo faranno mai più, adesso scappiamo - mi disse Harold prendendomi per mano
Hanno usufruito del suo corpo. Dovrebbe ringraziare che non l'ha fucilata seduta stante, per quel che mi riguarda. La facilità sconvolgente con cui riesco a scappare, poi, mette in luce il fatto che a lei faccia troppo male (cosa non si sa, possiamo solo immaginarlo) per riuscire a salire nel camion da sola. E le fitte al ventre che prova secondo me sono un aborto spontaneo da gravidanza istantanea dovuto allo stupro subito. Tanto qua la coerenza non è di casa, quindi spariamola pure grossa, tanto lei dopo aver dormito una settimana in ospedale non ricorda una mazza di quello che è successo e può tranquillamente stare in pace qualche mese in attesa che Harry si innamori di lei e, dopo averglielo chiesto, le doni un bacio.
Cosa importa se è storicamente impossibile che Firenze fosse ancora occupata nel '45 quando con la fine d'agosto del '44 era già stata liberata; se è impensabile che una famiglia d'ebrei scampati ai rastrellamenti se ne stesse beatamente alla luce del sole e non rintanata sotto terra, in luoghi infimi che manco i topi, nel costante terrore che uno starnuto, uno scricchiolio o i loro stessi protettori potessero tradirli. Chissenefrega se una spia inglese infiltrata a Mauthausen non è mai esistita, chissenefrega se la fuga in camion sarebbe stata assolutamente impossibile vista la configurazione, la struttura e il funzionamento del capo. CHISSENEFREGA SE LA GENTE Lì CI è MORTA DAVVERO E TU INFANGHI IL LORO RICORDO, LUCRI RECENSIONI SULLA LORO MORTE MOSTRANDO LA PIù ASSOLUTA INCAPACITà DI RISPETTARLA.
Ora io lo so che suonerà estremamente cattivo da parte mia, che in fondo anche io ai miei inizi ho prodotto la mia buona dose di stronzate e una ficcyna idiota (nella quale però sarebbero morti tutti) con una storia d'amore indegna tra un Benji Price versione SS e una bionda prigioniera l'ho immaginata senza mai arrivare a scriverla a causa di tutte le remore che ho sempre avuto nel trattare l'argomento, ma certa gente andrebbe interdetta dall'EFP in maniera permanente. O quantomeno vorrei esistesse un bottone, un form, un qualcosa tramite cui segnalare questo genere di produzioni che non solo non hanno una trama e uno stile ma sono pure estremamente offensivi nella superficialità con cui piegano una pagina vergognosa dell'umanità agli scopi ludici di un fandom indecente. 
Ma sopra ogni altra cosa vorrei che tutte queste ragazzine che piangono davanti a queste quattro righe in croce senza arte né parte venissero prese in blocco e spedite in un campo a toccare con mano la realtà delle baracche, a vedere con i loro occhi i capelli trasformati in tessuro, a respirare la pesantezza dell'aria e a sentire sulla loro pelle il calore asfissiante dell'estate polacca e il gelo assoluto dell'inverno. Vorrei che qualcuno aprisse loro gli occhi e le facesse veramente vergognare, perché a segnalare le incongruenze (e ci abbiamo provato in molto) non si ottengono che giustificazioni balbettate senza interesse e convinzione. E dove le buone maniere falliscono, non è il caso di gettare la spugna ma di adottare i metodi cattivi. Certe cose non andrebbero scritte. Certe cose vanno lette e imparate da chi le ha vissute. Certe cose non dovrebbero essere piegate alla logica del "scrivo in questo fandom perché so che prendo recensioni". Certe cose, care bambine stupide e ignoranti, semplicemente non vanno toccate. Vanno rispettate e basta, cosa che voi non sapete fare.
Sono una stronza arrogante che vi sputa giudizi in testa, lo so, ma se è questo che dovete scrivere allora è meglio che non scriviate affatto. E questo si, dovevo proprio dirlo. Cazzo.

Qui e qui il link sull'EFP.


lunedì 13 maggio 2013

Di fanfiction, grammatiche stuprate e fantasia latitante: quando mi sale un crimine che non riesco a dirvi.

Non dovrei scrivere un post quando sono arrabbiata, già lo so, perché uscirà fuori la parte più odiosa di me, quella puntigliosa e acida criticona che non sempre voglio mostrare, ma @ ci ha passato il link su Twitter e non posso proprio fare a meno di dire la mia.
Superato questo banner dal gusto dubbio che mi ha fatto accapponare la pelle,


troviamo una fanfiction scritta decentemente, in un italiano pressoché buono, senza gravissimi errori di grammatica o sintassi che mi provochino il cagotto a spruzzo. Bene, direte voi, no? La stessa cosa che avrei pensato io. Insomma, in un fandom generalmente pieno della merda più immonda, senza offesa per la signora marrone, e in cui è stato necessario apporre quella meravigliosa scritta che la Chiù del mio  ♥ vi ha mostrato nel post precedente, ben vengano finalmente le aspiranti scrittrici che conoscono le basilari regole della loro stessa lingua e non si esprimano come un analfabeta.
Dove sta il problema, perciò?
Il primo lo troviamo col signor Turner, americano in Germania, che nasconde, fino a che non li portano a Auschwitz, la famiglia ebrea di Céline, la protagonista, e con la signora americana, tale Isabell Campbell (fantasia, portami via!) che sta in un campo di concentramento, nel biennio '44-45. Peccato che sia storicamente inattendibile, per non dire falso, come fatto, essendo gli americani arrivati a liberare i prigionieri soltanto più tardi. Ma, comunque, è una donna, non certo un soldato catturato: doppia stronzata.
E questo è solo uno, perché, ad esempio, potrei segnalarvi la "capoo" che mi ha irritato ulteriormente (si scrive "kapo", intanto, e le donne addette alla funzione, se così vogliamo dire, venivano chiamate ""blokova"), o che alla nostra protagonista, che scrive letterine che nasconde sotto il materasso (perché ovviamente in un campo di concentramento c'erano tutti i comfort e ci sta pure che dormissero in una camera ben arredata e d'alto lusso), qualcuno tira i capelli appena sveglia. Peccato che ogni persona venisse rasa a zero non appena metteva piede nel campo, e io lo so, cara mia, perché parlo con relativa "cognizione di causa". E ti spiego come avveniva. Innanzitutto, si veniva spogliati, dopo essere stati privati di tutto quello che si aveva addosso (bracciali, anelli, collane); poi ci si trovava di fronte a tre kapo: il primo rasava con la macchinetta (che nella fyccina viene usata sul pube WTF!), il secondo col rasoio completava la rasatura (di tutto il corpo) e il terzo disinfettava i tagli prodotti dal rasoio. Chiedo scusa per la digressione, ma mi sembrava giusto chiarire.
In una storiella in cui tutti capiscono tutti, pur essendo di differenti nazionalità, troviamo il nostro aitante SS con "una divisa verde militare, che gli fasciava il busto alla perfezione" e che, in difesa della pulzella picchiata dalla kapo, frusta quest'ultima. Credibile, non trovate? In un luogo in cui la pietà era la qualità più in basso nella lista delle priorità, in cui si pensava soltanto ad usare persone come oggetti per costruire qualsiasi cosa servisse alla Germania prostrata dalla guerra e si uccideva chiunque per uno sguardo apparentemente sbagliato o un richiamo non udito, lui frusta la kapo rea di aver picchiato Céline la deficiente.
A corredare la lista abbiamo una guardia che si chiama Sanchez (uno spagnolo SS, credibile anche lui) e una che si chiama Rivera (lo stesso dicasi per quest'altro), i muffin e il caffè per colazione, i deportati che sanno cosa avviene nelle docce (mai vero), le persone che allegramente passeggiano per la strada in un luogo non ben precisato ma che presumo essere sotto controllo tedesco, altrimenti non mi spiego perché avvenissero perquisizioni casa per casa e rastrellamenti alla qualunque (e si parla di luoghi dilaniati dalle bombe un giorno sì e l'altro pure, molto probabilmente, vorrei ricordarlo) e tanti altri sfasci storici che non sto qui a ripetervi.
Ma arriviamo al dunque: l'enorme, gigantesco, esorbitante problema non sta nel fatto che la fyccina sia ambientata in un lager, ma che si voglia strumentalizzare una delle pagine più assurde e orribili della storia umana per puro divertimento, per smania di una recensione e che, per farlo, si travisi tutto quanto, si usi una cosa del genere e ci si piazzi nel mezzo la probabile (o sicura?) storia d'amore e sesso impossibile (il rating è rosso) tra un bel giovanotto che fa il comandante e la prigioniera ebrea che è rinchiusa nel campo. La nostra autrice, capitolo dopo capitolo, sbandiera quanto tenga al tema ma a me par chiaro che è alle recensioni positive che punta. Usare un tema del genere, che sicuramente evoca in chiunque pensieri negativi e scatti di schifo a non finire, sfruttarlo nel peggiore dei modi, senza aver cura di documentarsi o controllare anche soltanto su Wikipedia quello che davvero succedeva... Mi fa schifo.
Perché a me sul serio sta a cuore. Oggi sarei una ragazza tanto diversa se la mia strada non si fosse incrociata con quella del detenuto 57344 di Mauthausen, fino all'8 aprile 1944 Mario Piccioli, e non sono solo parole di comodo o dette per suscitare commozione. E se tu, parlo a te pseudo-autrice, avessi incontrato uno come lui o ti fossi "limitata" a leggere uno dei tanti libri dei sopravvissuti, che, porco Giuda, fanno un male cane ma di quel male necessario, sicuramente qualcosa del genere non avrebbe mai visto la luce.
Vi lascio con qualche parolina, giusto per far vedere com'era davvero la "vita" (mi sembra anche stupido chiamarla così) in quei posti.

"A volte mi sveglio la notte e ci penso alle cose che ho passato. Anche a me sembrano favole da quanto sono incredibili. [...] Meglio sarebbe stato essere partigiano sui monti. Almeno avresti avuto un fucile con cui difenderti. Nei campi no, potevi solo ubbidire. Non potevi far altro che ubbidire".

"Solidarietà? Non era possibile essere uniti, solidali. Una mattina in galleria, a Ebensee, vidi uno del gruppo di lavoro con ai piedi delle scarpe; non zoccoli, scarpe. Io pensavo «come avrà fatto ad averle?» e aspettavo che magari morisse, per prenderle. Eravamo diventati delle bestie."

Un'ultima cosa.
Abbi rispetto, cara autrice, abbi rispetto.
Qui il link all'Efp
(capitoli 1-3).

lunedì 6 maggio 2013

Cronache acide di una lettrice incazzata: quando si sperava scopassero e invece no, manco 'sta volta.

Partiamo dal presupposto che ho totalmente resettato tutto quello che ho già recensito, non saprei proprio dirvi a che punto del capolavoro siamo arrivati. Sono dovuta andare a vedere con che capitolo si concludeva l'ultimo post e, aperto il successivo, ho fissato una sfilza di parole che non sapevo proprio come inquadrare in un contesto generale. Bo. 
Molto Bo è anche #PoveroMalatoDiFiga che consacra la nostra eroina con la sua catena d'argento che sicuramente deve avere un significato per lui vista che ce l'ha praticamente sempre addosso (anche se noi lo veniamo a sapere solo al ventesimo capitolo) e le leviga il collo con la lingua. Cose che manco una piallatrice su un tronco nodoso. Tra l'altro il ciondolo è un aereo di carta, un senso dell'eleganza che fa un baffo a Snooki&co mi dicono.
"Voglio che la tenga tu." Harry sussurrò.
I suoi ricci mi solleticarono la pelle quando mi baciò la guancia.
"Harry." Dissi a bassa voce.
"Così la gente sa che sei mia."
La gente, ossia noi lettori, ha ormai le palle piene di questi statements di proprietà che si ripetono periodicamente dal primo capitolo al ventesimo, abbiamo capito che siete prossimi al matrimonio e a scopare come coniglietti in calore (a patto non vi mettiate a figliare, s'intende), lo ha capito blogger e lo ha capito la tastiera del mio pc visto il numero di volte che ho dovuto digitare/copia-incollare qualcosa del genere, POSSIAMO ANCHE DARCI UN TAGLIO. Non ci servono le paranoie di Bo, la quale anche giustamente (?) inizia a credere che lui la porti a spasso per esibirla - con tutto il coraggio che ci vuole, capra com'è - né tantomeno il pessimo tentativo di dichiarazione che non posso proprio non condividere per intero in tutta la sua smaccata superficialità.
"Ti voglio con me." Disse a bassa voce.
Le sue mani afferrarono le mie spalle, spostandomi delicatamente indietro sul letto; i miei capelli si sparsero intorno a me sul piumone. Si mise in bilico su di me, abbassando la testa e spostando la mia di lato. I miei occhi si chiusero quando le sue labbra carnose raggiunsero il mio orecchio.
"Sei bellissima, intelligente." Baciò un punto appena sotto il mio orecchio. 
"Attraente." Arrossii, sentii il calore diffondersi sulle mie guance quando Harry ridacchiò. 
"Innocente." La sua voce era più bassa e profonda rispetto a prima. Un sospiro lasciò le mie labbra socchiuse quando una grande, calda, mano risalì all'interno della mia coscia. 
"Aggressiva." Il suo tono divenne malizioso. 
Le mie unghie premettero nelle sue spalle quando la sua lingua disegnò una linea in mezzo ai miei seni. Sentii Harry mordicchiare la pelle del mio petto prima di prendere la collana tra i denti, tirandola giocosamente. La lasciò andare qualche secondo dopo, osservandola mentre cadeva sul mio petto.
"Voglio che la tenga tu." Harry fece una pausa. "P-per dimostrare a tutti quanto tengo a te." Disse a bassa voce.
Harry guardò in basso verso di me, incerto riguardo la mia reazione. Il mio cuore sobbalzò alle sue parole, un sorriso apparve sulle mie labbra mentre le mia guance arrossivano. Lui sembrò sollevato dal fatto che non mi fossi lasciata prendere dal panico e che non l'avessi spinto via. Alzai la mano sul suo collo, tirandolo dolcemente verso il basso. Le mie labbra sfiorarono le sue prima di spostarsi sul suo orecchio.
"Anche io ci tengo a te." Sussurrai.
Non siamo tutti emozionati e commossi, sull'orlo delle lacrime? Non ci stiamo forse strappando i capelli e gridando istericamente che anche noi vogliamo che un ragazzo si comporti così con noi? No? No. Bene, vuole dire che non siamo bimbiminkia arrapati con il disperato bisogno di una feroce iniezione di realtà e buon senso. Tuttavia se lo fossimo, dovremmo dar fondo a tutta la nostra stridula voce di bimbi perché il meglio deve ancora arrivare. I piccioncini vanno ad un evento in una galleria d'arte moderna, e fin qui tutto bene. Meno bene è vedere che hanno già ispirato un artista che ha ben pensato di ritrarli avvinghiati davanti ad una selva oscura. Inutile dirlo che mentre stiamo già per soffocare nei cuori che riempiono la stanza, ZAN ZAN ZAN! Colpo di scena. Una voce stridula chiama #PoveroMalatoDiFiga: è #Troione, una rossa prosperosa, insacchettata in una robina nera striminzita, trucco pesante e grandi orecchini. Si chiama Kim ed è lo stereotipo più banale della volgarità che mi sia mai capitato di leggere. Boh. Bo è gelosa, manco a dirlo. Bo è sconvolta dalla sfacciataggine di #Troione che pensa bene di informarsi se i due stanno assieme. #PoveroMalatoDiFiga non sa rispondere e fossi in Bo lo pianterei lì seduta stante. Mi reclami come tua e non sai manco dire "si, stiamo assieme"? Sfigato. Così sfigato e cagainbraghe che ha la brillante idea di lasciare la sua proprietà nelle lussuriose mani di #Troione. Tu si che sei uomo, Harry! Su quanto Bo sia infantile a lasciarsi turbare dalle lodi che #Troione tesse circa le abilità sessuali del suo giocatolino non serve soffermarsi, è OVVIO che una Directioner non parla di cose che fanno pulsare la vagy o che solo suonano vagamente mlmlml; una Directioner è casta e pura come una vestale (quando non è su twitter) e solo le troie come #Troione parlano apertamente e senza imbarazzo della loro vita sessuale. Perché non siamo nel 2013, ma in un universo parallelo dove il puritanesimo spopola alla grande. Così tanto che non c'è da stupirsi se Bo l'allocca si ritrova a guardare il poderoso limone tra #PoveroMalatoDiFiga e #Troione.
Ma niente paura, è un misunderstanding con i fiocchi! Ovviamente #PoveroMalatoDiFiga è un omino fedele che non farebbe mai del male ad una mosca. Le troie però non so mosche, minacciarle non è un problema. Non che la sfiori, lui non è il mostro che era suo padre: le sputa addosso, niente di chi. Tutto bene, possiamo andare avanti.
I nostri prodi disperati  arrivano in un parco buio e inquietante, dove lei lo schiaffeggia. Scandalo. Tuttavia Bo è così innocente che basta prometterle un limone per convincerla, darle qualche bacetto in zona bocca et voilà, torniamo al momento dichiarazione: stanno assieme, è deciso, sono una coppia. È tempo di fare un po' di zumpa zumpa? No. Meglio una sega, tanto per restare sul sicuro. E un po' di strusciate varie con delle coperte sottili (lenzuola, magari?) che danno proprio un casino di fastidio ma levarle no, troppa fatica.

Reazione standard della lettrice media di Dark che si chiede come una cosa così bella possa esser scritta.
Reazione alquanto turbata della sottoscritta che si chiede come possa esser scritta una cosa del genere.


Cap. 20 - 23, qui il link all'EFP.






mercoledì 17 aprile 2013

Di fanfiction, grammatiche stuprate e fantasia latitante: quando strusciarsi come anaconde e venire nelle mutande è sinonimo di sesso.

Lo so, lo so. Già stavate disperando per la mancanza che sentite da fine marzo. Ma, non temete, il Tamarro preferito de noatri è tornato. Danger is back, bitches!
Visto che ho messo in soffitta il temiBBBile Giustino per troppo, urge un riassuntino veloce delle precedenti puntate:
  • i nostri si sono strusciati l'un l'altra come anaconde in calore, ma... Niente, lui non le concede di cavalcare il biscione che, mi è giunta voce, si chiami Jerry (speriamo Tom se lo mangi e ci liberi del problema);
  • l'ex suora di clausura, diventata ninfomane in un giorno, è stata quasi violentata dal cattivone di turno per vendetta ma... Il Batman di Stratford (Will, ti chiedo perdono per tutte le volte che ti tirano in questi paragoni. Se puoi, fulminale) la salva giusto in tempo;
Bon, bastano questi due avvenimenti, che tanto non è che succeda chissà che cosa di emozionante e non voglio straziarvi più del lecito.
Da quando frequento Efp, dal lontano 2007 credo, mi sono resa conto che le fyccine non vanno avanti senza costanti colpi di scena e suspense creata ad hoc da autrici incerte e vogliose di una recensione in più, perché, ormai, l'unico scopo sembra esser quello. E la nostra Danger non fa certo eccezione. Avevamo lasciato i novelli fidanzatini di Peynet a tubare come piccioni spennati e giustamente le cose non possono sempre andar bene. Altrimenti come tira avanti questa storia senza alcun senso? Ancora non sappiamo in quali traffici loschi sia coinvolto il temibilissimo signor Pericolo, just sayin', e ci viene sempre ricordato che “non è un caso che io detenga il record della persona con più pettegolezzi in città”.
A parte lo sticazzi d'obbligo che ormai è puntuale più di me, solo io ritengo quantomeno monotono doverci sempre ricordare quanto sia terribile questo pischello pur di farci montare dentro la paura per la sorte della piccola sprovveduta che, nonostante sia sfigata, ha dato una mano enorme alla sorte immischiandosi e non facendosi mai un tegamino di fatti suoi per cena?
Ma vabbe', arriviamo al momento in cui lui insiste nel darle della puttana (ma pure tu! Ancora manco te l'ha data! Aspetta altri due capitoli, dai!) e lei, incredula che la boccuccia di rosa che fino a qualche istante prima le faceva rombare le farfalle nello stomachino, gira i tacchi e se ne va in classe. Si ritrovano, fanno pace, fanno forca a sQuola (loro non ci vanno mai ma anche la nostra traduttrice ha saltato un paio di lezioni di italiano) e... trovano una bomba sotto l'auto. Chuck Norris, mi stai leggendo? Je fai un baffo a Danger nostro! Bum! Saltano fuori dall'auto un attimo prima che questa salti in aria, senza graffi, senza bruciature! MIRACOLO! Nessuno è sconvolto, nessuno ha paura, sono cose che capitano in fondo. Chi non ha mai ricevuto un pacco bomba o due proiettili nello stomaco, così, per sport? CHISSENEFREGA, gente! E infatti prendiamo a limonare come se niente fosse:

Sorridendo, afferrò il mio mento con il suo indice e pollice prima di sollevarlo così che le nostre labbra potessero toccarsi.
Approfondii il bacio e quasi immediatamente i nostri corpi incominciarono a fare pressione uno sull’altro.
Afferrando la mia coscia sinistra, Justin la portò sopra la sua vita facendomi mettere a cavallo sopra di lui. Le sue mani suoi miei fianchi continuando a scontrare le sue labbra contro le mie.
Feci correre le mie mani su e giù per il suo petto, impugnando la sua maglietta nel palmo della mia mano. Le nostre emozioni ci stavano facendo impazzire. Gemendo, Justin leccò il mio labbro inferiore cercando un entrata, la quale fui felice di concedere. Le nostre lingue iniziarono a scontrarsi una contro l’altra.
Strofinandomi contro il corpo sotto il me feci gemere in modo sensuale Justin contro le mie labbra.
Gemetti afferrando con i miei denti il suo labbro inferiore.
Sfiorandomi la schiena con i suoi diti, Justin strinse le mie maniglie dell’amore. Capii che voleva andare oltre a tutto questo, e, per questa volta, non avrei protestato.
Tirando all’orlo della mia maglia, me la portai su fino alla testa prima di riattaccarmi alle sue labbra.
Justin era il prossimo. Rotolammo, così che era lui sopra di me. Si alzò sulle ginocchia e respirando pesantemente, si tolse la maglia di dosso.
Mi morsi il labbro fissandolo prima di afferrare il suo collo per poi portarlo di nuovo sdraiato su di me per un altro bacio.

Signore e signori, fedeli lettori del nostro blog, sta per arrivare #IlMomento, l'attimo eterno di godimento, il lancio dello slip che finisce sempre sul lampadario e l'ingresso nella tana del Bianconiglio. Siamo lì lì e... la porta di spalanca.

Ma, insomma, non si può mai copulare in santa pace, in questo villone. Dai, ci sono tremila stanze e sempre in questa arrivano gli scocciatori. Qui la tensione sessuale cresce e cresce e il nostro Danger sarà prossimo ad un incontro molto ravvicinato con Federica-la-mano-amica per resistere.
E invece no. Non stavolta, almeno.
Per questo voglio riproporvi la gif della scorsa volta: dovete immaginarvela nel leggere la prossima scena, perché io non sono riuscita a togliermela dalla testa mentre scorrevo queste righe. Pronti? Eccola.


[Giustina, abbozzala di far la faccia schifata: quella l'abbiamo noi leggendoti]
E ora proseguite pure. 

Questa volta, non avrei finito lì. Decisi di fare un ulteriore passo avanti.
Facendola distendere, mi posizionai sopra di lei cercando di farla sentire a suo agio lasciando le mie mani accarezzare i lati del suo corpo.
Facendo scendere le mie labbra dalle sue fino al suo collo, iniziai a succhiare leggermente prima di scivolare giù fino al suo petto dove lasciai infiniti baci umidi, i quali la fecero gemere senza controllo.
Facendo scivolare le mani dietro la sua schiena, cercai il gancio del suo reggiseno.
Lo sganciai, le bretelle si rilassarono sulle sue spalle.
Togliendo le mani, la guardai i suoi occhi assicurandomi che stesse bene. Quando si morse il labbro annuendo, premetti le mie labbra contro le sue sussurrando parole di incoraggiamento. “Sei bellissima.” Mormorai prima di far scivolare le bretelle del reggiseno lungo le sue braccia, rilevando il suo petto.
Mi morsi il labbro, non riuscendo più a controllarmi. Mi chinai e posizionai le mie labbra avidamente su uno dei suoi capezzoli. La schiena di Kelsey si inarcò e un gemito fuoriuscì dalle sue invitanti labbra.
Massaggiai l’altro petto, desiderando nient’altro se non di darle piacere. E realizzai che stavo facendo un buon lavoro non appena sentii le sue grida urlare il mio nome.
“Justin …” Sussurrò. Togliendomi, diedi la stessa attenzione all’altro petto.
Rigirandoci, Kelsey rimosse la mia testa dal suo petto, posizionandosi in mezzo alle mie gambe.
Mi morsi il labbro inferiore, le mie mani afferrarono istintivamente i suoi fianchi. “Montami, piccola.” Gemetti.
Non ci penso un secondo che iniziò a strusciare i suoi fianchi contro i miei. Buttai la testa indietro dal piacere.
“Gesù Cristo,” Mormorai guardando Kelsey andare più veloce, il suo petto si muoveva a ritmo. Tutto questo, mi diede un erezione.
Facendo una rotazione con i suoi fianchi, gemetti sentendo il suo corpo sopra di me.
Poco dopo, iniziò a respirare con difficoltà e realizzai che stava per arrivare il suo momento.
“Vuoi che stia io sopra così posso finire?” Sussurrai.
Kelsey, tuttavia, scosse la testa chinandosi e premendo le sue labbra contro le mie.
Gemetti. Amavo quando la ragazza sapeva cosa voleva e Kelsey che si strusciava contro me con tanta voglia. Mi sentii venire.
“Cazzo piccola, un po’ più veloce. Ci siamo quasi.” Sussurrai.
Annuendo, Kelsey iniziò ad ansimare contro il mio collo mentre continuò a muoversi contro il mio cavallo, i suoi diti stringevano le mie spalle.
“Kelsey,” Ansimai, c’eravamo quasi. Potevo sentirlo.
“Justin …” Sussurrò Kelsey. “Oh … mio … Dio …” Strillò nel momento in cui raggiunse l’orgasmo, quasi nello stesso tempo in cui lo raggiunsi io. Il suo corpo cadde sopra il mio, sorpresa e fiera di quello che aveva appena fatto.
Rotolando, mi posizionai sopra di lei. Tolsi i capelli dalla sua faccia. “Sei stata fantastica, piccola…” Catturai le sue labbra in un bacio. “Davvero, davvero, fantastica.” Le diedi un altro bacio prima di distendermi accanto a lei. 

Ha sul serio detto "montami", gente. L'ha detto.
Ma, mentre lui si sente un puledro di razza e tra poco chiederà pure di essere preso al lazo, la nostra verginella vogliosa ha qualche dubbio e crede di essersi reincarnata in Dora l'esploratrice visto come limona duro, tanto da far chiedere al Pericolo numero 1 "Gesù, piccola, quando hai imparato a farlo?" No, non la vuoi la risposta, Giustina, o rimarresti male nello scoprire cosacce pervy mlmlml sulla tua losca fidanzatina.
Il tutto termina con Bieber in versione navigatore GPS: "dai, Kelsey, ci sei quasi, gira a destra, alla rotonda prendi la seconda uscita e te lo trovi sulla sinistra". Vedi che ti incoraggia pure? Non sta facendo un esame o una gara, biberon, Dio mio, non ha bisogno delle cheerleader coi pom-pom.
E lui di nuovo viene, nelle mutande. Ancora, per la seconda volta. E ci risiamo. Te le puoi togliere, eh, non te le ha incollate Muciaccia con la colla vinilica e dubito che questa cerebrolesa abbia fame e lo inghiotta. Sarebbe alquanto macabro, e di sicuro le nostre adepte beliebers accorrerebbero in tuo soccorso, novelle crocerossine arrapate più che mai. E vatti a lavare, Cristo Santo, che fai schifo. Per la seconda volta, niente: nessuna traccia di fazzolettini, salviette igieniche o docce. Nulla, neanche se le toglie, se vogliamo esser sinceri e schifati per bene.
Nota a margine: la nostra crede, per la seconda volta, di aver perso la verginità. Kelsey, se l'hai persa la volta scorsa, non è che l'hai riottenuta coi punti Coop e la perdi di nuovo, sai? Oppure la volta scorsa non l'hai persa e questa sì? Forse dipende dalla quantità di strusciamenti? O da dove viaggiano le manelle birichine del biondino? Ti do una risposta: smettila di far forca a sQuola, vacci e studia anatomia e sessuologia con annessi e connessi, ti imploro. E portaci dietro la tua autrice, su.
La nostra scena si conclude col "ti amo" di turno, di due che si sono conosciuti perché lui è l'assassino e lei la rapita, si sbaciucchiano la sera stessa del rapimento, si strofinano come Swiffer Vileda e solo dopo tre giorni - li ho contati, gente! - si amano. Ovvio, no?
Visto che sono esaurita, e, strano a dirsi, ho una vita da portare avanti, concludo qui, che mica me la toglie Danger di dosso l'ansia da terremoto. Tzè, pischello.

Qui il link all'Efp (capitoli 33-36)